IL CAREGIVER FAMILIARE

IL CAREGIVER FAMILIARE

Di Cinzia Siviero Agosto 2022

Uno squillo. Rispondo. Una voce sconosciuta si presenta semplicemente con un cognome e poi inizia a raccontare. A raccontarsi.

Dapprima, disorientata, ascolto veramente in totale silenzio, probabilmente per centrarmi (sì perché non è che sia un momento proprio sereno questo) o per mettere a fuoco l’argomento, per comprendere la richiesta. La prima cosa che intuisco è l’urgenza, ma non quella del “Aiutami immediatamente”, bensì quella del “Non ce la faccio più. Io non ce la faccio più!”. Ascolto e sento che un bisogno è lì in un angolo da troppo tempo. Il caregiver familiare, quello che in genere si fa spontaneamente carico della maggior parte delle cose, è spesso a pezzi quando si tratta di demenza. Le cose difficili vanno avanti per anni, e per anni rinuncia a prendersi la libertà di un alleggerimento emotivo.

Così inizio piano piano ad accogliere, a dire ciò che penso, a chiedere, ad approfondire le emozioni, a rispondere per quel che posso. E piano piano anche lei, una figlia disperata perché alla mamma vuole un mondo di bene, inizia a respirare, a riflettere, a piangere.

Poi, inaspettata, arriva una mail di autentico e profondo ringraziamento, che sento importante non solo perché dire grazie è cosa gentile e fa bene, sempre, ma soprattutto perché ci trovo scritte queste parole: “Sa, purtroppo, quando si va a … non tengono proprio conto del percorso psicologico di chi lo accompagna il paziente …” E penso, sicuramente semplificando troppo, che basterebbe guardare le cose dal punto di vista dell’altro, regalare calore umano e poi fare il proprio lavoro.

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