Validation therapy di Naomi Feil: un approccio che umanizza la cura.
Cinzia Siviero
Agenas definisce l’umanizzazione delle cure come l’impegno a rendere i luoghi di assistenza e i programmi diagnostici terapeutici orientati quanto più possibile alla persona, considerata nella sua interezza fisica, sociale e psicologica. Umanizzare la cura significa personalizzare, perché quella che può essere un’ottima soluzione per qualcuno, può non esserlo affatto per qualcun altro. È più complesso, va detto. È necessario ASCOLTARE la persona lasciando giudizi e pregiudizi fuori dalla stanza, e accogliere ciò che ci racconta aprendo la mente, poiché tante sono le tonalità fisiche, sociali e psicologiche. E come mettere in pratica tutto ciò se siamo di fronte ad una persona con demenza? Quale dovrà mai essere l’identità professionale di chi si occupa di anziani con fragilità cognitiva?
Gli aspetti comunicativi e relazionali in questo ambito non sono chiari. Non c’è niente di sicuro. Se una persona cognitivamente integra è ricoverata in un hospice ed esprime il forte desiderio di tornare a casa tra le proprie cose, tra le persone care, ecco la richiesta è chiara ed è un nostro dovere morale fare di tutto per soddisfare questo desiderio. Quando andrà a casa la cura forse sarà meno efficace dal punto di vista farmacologico ed assistenziale, ma adatta a lei, ai suoi desideri.
La persona anziana affetta da demenza talvolta non sa esprimere a parole ciò che sente e/o pensa, può non trovare i propri pensieri/desideri, che sfuggono come nubi spinte da venti fortissimi, spesso non vive nel “qui e ora” e segue ritmi e bisogni di altri tempi, di altri luoghi. E ancora, mi ha sempre molto colpito questo dato, vi è una estrema instabilità dei vissuti nella persona con demenza, la quale in un dato momento si può trovare qui e pochi attimi dopo essere altrove, molto più lontano. Mi torna alla mente la signora Mimma quando, arrabbiata per un imminente cambiamento di camera che non riusciva a comprendere né tantomeno accettare, mi disse che avrebbe chiamato i propri genitori! Solo qualche attimo dopo aggiunse: “Ma i miei genitori saranno anche morti!”. Il mio disorientamento, per non dire panico! Lo ricordo bene.
Per personalizzare la cura nei confronti di Mimma, di Daria, di Luigi possiamo solo andare là, dove si trova lei o lui, possiamo provare a lasciarci andare con fiducia all’ascolto emozionale, con-centrandoci sul SENTIRE. Questo ci guiderà anche a comprendere ma soprattutto a mettere in atto una cura davvero orientata alla persona nella sua interezza.
Gli anziani confusi e disorientati danzano. Per poter stare con loro possiamo provare a danzare con loro.
4/01/2025
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